mercoledì 8 novembre 2017

Verso un'altra estate

Questa storia partecipa al Blogger Contest.2017












Questo è il mio posto, pensai, restando immobile, in ascolto. Il vento gemeva tra i fili del telegrafo e la polvere bianca mulinava lungo la strada e io ero immobile nel mio posto e mi sentivo sempre più sola perché la siepe di ginestra e i suoi fiori erano miei, la strada polverosa era mia, e anche il vento con il suo gemito tra i fili del telegrafo. Non so descrivere il senso di solitudine che provai quando capii di essere nel mio posto; era presto per imparare il peso del possesso, essere proprietari di qualcosa che non poteva essere ceduto né rinnegato, che doveva essere conservato per sempre.
(Janet Frame, Verso un'altra estate).


"Ecco, metta una firma qui".

In quel momento la sensazione era la stessa di quando, dopo ore di ferrata con le chiappe al vento, ero sbucata in un punto imprecisato a tre quarti della parete nord-ovest del Civetta. Anche la domanda che mi facevo era la stessa.

"Cosa diavolo sto facendo".
E dire che nei mesi precedenti parecchia gente si era impegnata per farmi cambiare idea. Avevo già litigato praticamente con tutto il parentado, e anche il moroso, pur disposto ad appoggiarmi incondizionatamente, aveva avanzato dubbi pesanti. Se eravamo arrivati davanti al notaio era solo per merito di un'amica tenace, l'unica che tifava apertamente per me, mentre tutti continuavano a ripetermi che stavo sbagliando.

All'epoca la nonna era mancata da pochi mesi, mentre il nonno se l'era già portato via il caldo feroce del 2003. C'era fretta di liberarsi della casa sull'argine, quella minuscola casa in cui eravamo cresciuti tutti, e che conteneva tutte le mie estati. La casa che aveva accolto chiunque avesse bussato alla sua porta, zie in difficoltà, nipoti di ritorno dal lavoro, anche il vu cumprà di passaggio, che si ritrovava inevitabilmente seduto al tavolo della cucina con una fetta di dolce e un succo all'albicocca. Solo l'idea di perderla mi sembrava insopportabile. 

Restavo immobile in giardino, sotto al clerodendro, come Janet Frame sotto ai fili del telegrafo, e mi era perfettamente chiaro che quello era il mio posto. Anche io, come lei, mi sentivo indissolubilmente legata a quel luogo, percepivo addosso una responsabilità che non potevo rifiutare. La potevo solo accettare. E mi stupivo del fatto che, almeno inizialmente, nessuno riuscisse a capirlo.

Ma in effetti, i bastian contrari non avevano tutti i torti.

Non avevo ben chiaro che di lì a qualche mese, se avessi firmato quel documento, sarei ufficialmente diventata la proprietaria di un grumo inestricabile di rogne. Vincoli paesaggistici, l'unico bagno che andava condonato, le travi del tetto ormai marce, i pavimenti trasudanti acqua. Progetti da presentare, amianto da bonificare. Una quantità incalcolabile di lavoro e fatica. 

Ma per me era come una nave alla deriva in un disegno di Moebius, ed io l'unico capitano in grado di afferrare il timone e salvarla dal naufragio, verso altre estati.

Soprattutto non sapevo ancora che, una sera di luglio del 2015, avrei potuto perdere tutto in un tornado che non ha avuto pietà di ville e dimore ben più robuste, ma con l'unica sfortuna di sorgere cento metri più in là. Quella sera, me la ricordo, tirava un vento cattivo e le strade erano chiuse dalla Protezione Civile. Correndo su un argine che non riconoscevo più, nel buio pesto squarciato da saette talmente intense da illuminare le montagne in lontananza, pensavo rabbiosa che se anche l'avessi trovata demolita, io quella casa l'avrei tirata su di nuovo, a costo di posare i mattoni con i denti.

"Ecco, metta una firma qui".
Stai sbagliando, tu non ti rendi conto.

E chissenefrega.









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